Terapia


“TERAPIA”, deriva dal greco e significa “faccio con cura”: indica il grado di attenzione e di zelo che pongo nell’atto medico di cura. Accuratezza deriva da cura, curaro, I care in anglosassone, quindi al cura e l’attenzione sono prerogative del terapeuta, ma attenzione a cosa? Attenzione in senso deduttivo, come osservò Hippocrate duecento anni prima di Cristo ma attenzione a non fare del male, cioè a non nuocere, da cui il primo comandamento di Hippocrate «primum non nocere»: inteso che la certezza della cura o l’intervento della terapia non doveva essere aggravante o controproducente, esteso poi in senso lato anche ad impedire altri aggravamenti anche in senso preventivo, affinché non venga il male come estensione del concetto.

“PHARMACOS”, invece anch’esso di origine greca, significa tossico, e questa ipotesi ora sarà oggetto di personale ricerca osservazione. L’agronomo olumella nel 50 a.C scrisse: «se zappi un albero lo preghi, se lo concimi lo supplichi, ma se lo poti lo costringi a fruttificare»! (…)

Un giorno con un anziano boscaiolo mi recai nella foresta per abbattere degli alberi per l’inverno, contemplando vari legni e arbusti mi disse: «vedi il “marugo”, cioè l’acacia: non la devi mai tagliare, non è un buon legno da ardere, per questo mai tagliarla, se la tagli essa ricaccerà con più vigore e forza di quanto ne abbia se la lasci intera, devi solo aspettare che si secchi da sola, cosi non ricaccerà e completata la sua crescita si seccherà senza lasciare ricacci». Ciò mi fece molto riflettere, aveva espresso una verità universale in una semplice osservazione: quel commento pratico era una summa di verità occorreva cogliere… e cioè il limite biologico e il rapporto con il mondo esterno.

Poniamo ora che come l’acacia, tutti gli esseri viventi abbiano un loro percorso dettato da un orologio biologico. Il completamento del loro percorso spesso si conclude o si realizza con la riproduzione ma non sempre: spesso coincide con il raggiungimento di una forma o di una funzione comunque esista un progetto di vita rapportata al tempo. Poi esiste il mondo fuori, cioè ciò che è al di fuori del nostro corpo organico e della nostra individualità biologica. Ciò che proviene da fuori rappresenta il “not self”, e tutti gli stimoli e i contatti sono motivo di reazione come vedremo nell’equazione di Hans Selye più avanti. Resta il concetto di dare un segnale più o meno a tutto ciò che proviene dal mondo esterno. Indicheremo con un (+) ciò che è realizzativo al nostro progetto e con (-) ciò che è riduttivo o contrario a questo, per progetto intendiamo ovviamente anche la sopravvivenza. Bene, ed ora consideriamo la nostra acacia e il taglio drastico e la potatura che Columella indicò per ottenere una riproduzione/fruttificazione programmata e ricordiamo pure che cosa significhi “pharmacos”, cioè tossico, cioè sostanza tossica capace di generare una reazione tossica. A questo punto vi sarà facile dedurre come un farmaco, cioè un tossico, possa potare, cioè indurre una risposta, cioè poterà un individuo: l’acacia, per realizzare una reazione, il ricaccio, è dipendente dal tipo di potatura farmacologica che abbiamo attuato. Quindi il farmaco, in questo caso chimico, è capace di indurre una reazione tossica, cioè soppressiva, che agisce con un concetto cruento (da cui gli effetti collaterali) per ottenere una reazione in questo caso indiretta poiché la lavorazione del terreno, la “zappatura” e la concimazione incruenti non sono stati capaci di indurre una risposta favorevole cioè la fruttificazione, senza coinvolgere una terapia cruenta basata sul sacrificio, poiché legata da un dolore non sempre cosciente, cioè l’intossicazione, comunque con effetti contrari alla salute, come il farmaco stesso provoca.

Da questa semplice ma efficace rappresentazione della terapia, prende sempre più idea come la terapia sia un metodo soppressivo e induttivo per ottenere una reazione di contaminazione e la risposta relativa. Quindi “pharmacos”, cioè “veleno”, agli albori della storia della medicina, sia nato antropologicamente come tentativo dell’uomo di emulare la natura attraverso le sostanze come il veleno, direi classicamente quello del serpente che sottratto e opportunamente trattato dal serpente stesso era in grado di modularne le risposte fino ad averne una reazione terapeutica. Perché l’uomo abbia preferito o scelto un metodo sacrificale piuttosto che una terapia vera, cioè di un “dolce euchessina “, anziché il veleno tossico per raggiungere la guarigione, ciò è contemplabile nella psicanalisi, come il duale frutto del libero arbitrio, cioè del peccato, cioè la malattia intesa come “malum agere”, “aver agito male” e della redenzione attraverso la espiazione dolorosa o tossica, cioè velenifera, ad una dose sub-letale: in questo aforisma si raccoglie tutta l’essenza della farmacopea, cioè che il veleno tramutato in cura poi, abbia ripercorso lo stesso cammino del peccato e redenzione attraverso la stessa via, ma in senso contrario.
Il serpente diviene quindi l’emblema del male e del ben insieme, l’eterno ritorno dovuto alla sua ciclicità nel mangiarsi la propria coda, nel fornire come segno strenuo di sopravvivenza e di saggezza essendo “tutto piede”, colui che corrompe e cura a seconda di come l’uomo osservi il suo movimento. Gli studiosi asseriscono proprio al veleno del serpente, più mortale del veleno delle piante o dei funghi, il simbolo del caduceo, come che Esculapio, medico ellenico, usasse parti del veleno stesso per curare. Negli anni Settanta, ricercatori della Squibb, isolarono dal veleno del crotalo, una molecola ipotensiva, era il Captopril, da cui sintetizzarono tutti gli ipotensivi Alaprilici, che costituiscono oggi la categoria di farmaci più venduti al mondo: il serpente dopo millenni serve ancora all’uomo per salvarlo dal peccato. Ma torniamo alla potatura, da questo presupposto dimostrabile e contestualizzabile dal punto di vista antropologico è possibile fare altre considerazioni: quindi ci avvaliamo di “potature” per restare in vita più a lungo a scapito del nostro progetto, quello biologico, certo, quindi il farmaco velenoso, potrebbe essere la causa di una maggior sopravvivenza? Occorre però distinguere “vita” da “sopravvivenza”, qualità della vita, dignità della vita, o semplicemente longevità? E ancora una volta le considerazioni etiche divengono innumerevoli e non in questa sede vogliamo trattarle mentre continuiamo a soffermarci sul significato di reattività farmaco dipendente.

Negli anni Cinquanta, un ricercatore di nome Hans Selye, studiò gli effetti dello stress provocato. Noto che somministrando parti di omolisati animali nei ratti si avevano una serie di reazioni metaboliche che attivavano i soggetti trattati, analogamente usò diverse sostanze e (faccio notare?) noto che indipendentemente dalla sostanza somministrata la reazione era medesima, cioè una fase di reazione, di adattamento e di disadattamento alla somministrazione stessa, indipendente dalla via di somministrazione e dalla qualità: il principio di Selye alle fonti di stress indicano come un individuo reagisce con un andamento bifasico, correlabile visto il tipo di reazione a una fase simpaticotonica e una fase vagotonica, a seconda del tipo di reazione neurovegetativa implicata. Quindi ogni sostanza farmacologicamente, diremmo tossicologicamente attiva, risponde all’equazione del premio nobel Selye, cioè dando una risposta di “potatura farmacologica” come precedentemente esposto: siamo in grado attraverso la terapia, di modulare delle risposte di reazione, basate sulle stress da tossicità, quindi “potiamo” l’individuo sottraendolo con un presunta azione curativa basata sul dolore, ad una reazione che consideriamo terapeutica.
Gli studi di neuro-scienze e di psicologia hanno suddiviso in base alle funzioni e alle stratificazioni il cervello in tre porzioni distinte sia embriologicamente che ontologicamente: cervello arcaico o rettiliano, cervello mammialiano, e neocortex o corteccia cerebrale. Ognuna di queste porzioni è deputata a funzioni specifiche. Quale sarà la parte maggiormente coinvolta nel reagire alla potatura intossicazione da “pharmacos” veleno? Chi darà il placebo? Chi darà il nocebo? E chi gli effetti collaterali? Perché vi è sempre la risposta di Selye? Lo vedremo dopo la pubblicità…

Ogni giorno si scoprono nuovi effetti di un farmaco, ciò significa in base al concetto di Hippocrate, che abbiamo in realtà somministrato sostanze stress-attivatrici con effetti collaterali non noti, abbiamo inoltre omesso di considerare che questi effetti sfuggissero ad un modello interpretativo unicamente dettato dal meccanicismo, e che potessimo scoprirne altri, in effetti dallo studio degli effetti collaterali sono nati casualmente altre applicazioni osservate ma non sfruttate, esempio classico il Viagra… Quindi l’”effetto Selye” è assai più complesso e articolato e gli effetti farmacologici in base a queste osservazioni stanno volgendo verso l’attenzione a effetti cosiddetti neuroendocrini del farmaco stesso.

L’effetto neuroendocrino è la parte più importante dell’attività del farmaco stesso poiché in chiave organica, è l’espressione più profonda del mutamento indotto dalla detossificazione da una sostanza “X” o xenobiotica, volta a reagire alla intossicazione con una serie di reazioni organiche anche di tipo biochimico completamente a sé stanti rispetto ai presunti effetti farmacologici. Ad esempio, la banale influenza intesa come malattia virale non beneficia dell’antibiotico, si usano antipiretici per modulare l’ipertermia che in realtà è il maggior mezzo di reazione all’infezione, con gli antipiretici, si allunga la degenza perché si posticipa la fase acuta, dopodiché la malattia tende a cronicizzate, gli antipiretici esauriscono la loro efficacia e il perdurare di questa condizione stazionaria induce il medico a somministrare antibiotici per il sospetto di una forma batterica infondata e avviene un ripristino della condizione, un calo della temperatura e la spossatezza tipica del trattamento antibiotico per gli effetti deleteri mitocondriali che esso induce.

Secondo una visione meccanicistica l’antibiotico uccide i batteri causa di malattia ma in realtà le difese immunitarie non calano affatto, basta osservare il quadro emocromocitometrico: i batteri sono ubiquitari e i virus non risentono della loro azione, quindi il beneficio da dove proviene? Ma è ovvio, dalla risposta di Selye, certo non dall’effetto antibiotico, ma dalla violenta potatura farmacologica che l’antibiotico, molecola frutto di opportune selezioni, determina seguito della sua somministrazione. Se stiamo spazzando il pavimento della nostra cucina e ci rovescia il vaso dei pesci, attiviamo una pulizia più veloce e profonda indipendentemente dalla polvere che stavamo togliendo, chiaro? Gli antibiotici hanno un effetto standardizzato in vitro su colture batteriche ma su un organismo complesso inducono risposta Selye dipendente, quindi confondiamo l’effetto con la causa di un altro effetto molto più importante e profondo.

Hamer, riferendosi a Selye, risponde in maniera più coerente poiché naturale, affermando che la reazione neuroendocrina indotta da xenobiotico in questo caso un antibiotico, definenendolo “spostamento del conflitto”, e non vi era definizione migliore. Poiché ogni sintomo, malattia, espressione necessita di una energia ATPasica perché questa si effettui, la spesa energetica che l’organismo attua per detossificarsi da un veleno così potente come l’antibiotico che il 30 % dei pazienti mostra effetti collaterali… «leggere attentamente le avvertenze e le modalità d'uso può avere effetti collaterali anche gravi»… tali da sospenderne la terapia stessa. Appare evidente che vi sia qualcosa che non quadra nell’effetto del farmaco, non vi è una linearità di risposta che non risponde ad un modello meccanicistico è evidente: la linearità si ha in coltura cellulare, dove tra l’altro esiste anche in quella sede l’effetto placebo, quindi nei confronti di piccole cellule o batteri allevati, l’effetto placebo non può avvenire che per un effetto dovuto all’attività dell’esercizio della nostra volontà come afferma il ricercatore di biologia molecolare Bruce Lipton e che la nostra volontà o meglio la convinzione, più importante dell’essere nel concetto taoista, sia la causa dell’alterazione delle risposte non lineari al farmaco anche in sede sperimentale col batterio o cellula in coltura. Migliaia di sostanze uccidono in un istante tutti i tipi di batteri, hanno ottima farmaco cinetica e farmacodinamica, ma in “vivo”, non sortiscono effetti superiori al placebo: quindi non è l’efficacia antibatterica che contraddistingue l’azione del farmaco ma l’effetto che provoca per l’effetto Selye sul pattern biologico o paziente o animale esso indistintamente sia, oltre la volontà dell’operatore terapeutico, medico o ricercatore che sia.

Questa è una rivoluzione, ci è passata tra le mani diverse volte, ma non avevamo capito, abbiamo studiato Selye in patologia generale, ma nessuno gli aveva dato importanza, almeno in farmacologia, ci ricordavamo però i ratti stressati dalla corrente elettrica sul fondo della gabbia, quando una parte della gabbia trasmetteva corrente elettrica, i topi si spostavano a dall’altra e viceversa, ma vi furono pure quelli che con tutta la gabbia irradiata ormai stressati, non reagivano più, non fuggivano nemmeno se la gabbia era aperta, si chiama condizionamento, ed è quello che stiamo subendo noi tutti dai pochi che decidono la nostra sofferenza. Quindi è un dato di fatto, un dogma scientifico che il farmaco abbia un margine inesplorato della propria presunta efficacia, o capace di indurre effetti che spostino quelli per il quale lo abbiamo impiegato. Quindi vi è un margine ipotetico ed interpretativo dell’effetto del farmaco stesso che è oggetto di critica e opinabilità, in sintesi utilizziamo farmaci senza sapere in realtà il meccanismo d’azione, vediamo effetti ma non sappiamo come: ogni giorno infatti appare sulle riviste scientifiche che si scopre l’effetto nuovo di una molecola conosciutissima come l’aspirina proprio in virtù di questo margine biologico e di individualità della risposta stessa.

Criticare allora una sostanza farmacologicamente attiva, della quale non è possibile risalirne a ritroso la natura non è epistemologicamente corretto, quando dall’altra una sostanza nota ha una serie infinita di effetti che sono gran parte sconosciuti. Riconoscere però un farmaco in base agli effetti e non in base alla composizione è stato il percorso che ha caratterizzato tutte le sostanze stesse, è nato prima l’effetto della sostanza, da cui la sostanza è divenuta veleno per quello che provocava. Per cui gli attacchi e le critiche che avvengono sui fronti della medicina ufficiale e la ricerca è mera espressione di potere e non di sviluppo della conoscenza attraverso il dialogo scientifico.
Ma torniamo al cervello, sede della reazione agli xenobiotici, cioè farmaci chimici. Pensiamo ad un malato grave di cuore durante un attacco cardiaco, pensiamo che la malattia non sia un evento casuale poiché le implicazioni biologiche e la coerenza della loro risposta sia troppo lineare per essere casuale e poniamo che il soggetto in questione stia volgendo verso una fine ineluttabile, frutto di una tele…., cioè un progetto di morte attraverso un arresto cardiocircolatorio. Il personale medico, interviene applicando con cura, le metodiche di primo soccorso, respirazione, ossigenoterapia, massaggio cardiaco, intubazione tracheale, somministrazione di dopamina, adrenalina, naloxone, massaggio cardiaco, fleboclisi ma il paziente pare abbia deciso di morire per davvero; allora si tenta disperatamente di rianimarlo in tempi brevi per evitare l’ischemia cerebrale e i danni che ne derivano: si passa all’adrenalina intracardiaca e massaggi cardiaci ancora più violenti, a volte, con cura vengono fratturate le costole, alla fine dopo qualche decine di secondi se non migliora e il cuore va in fibrillazione o “battito primitivo”, si passa al defibrillatore, si lascia la chimica e si passa alla fisica, si esatto, la fisica. La scarica elettrica del defibrillatore è talmente violenta che il corpo esanime del paziente si stacca da terra per la violenza della contrazione dei mmm (???) somatici fino a mezzo metro. L’energia è inversamente proporzionale alla massa disse Einstein, eppure la molecola semplice dell’adrenalina, simile alla melatonina, alla tiroxina, derivata così antica e così potente non riesce a indurre nessuna risposta, occorre la fisica.

Come pensiate sia nata la vita sulla terra? «In primis fu verbum», cioè una idea, poi la realizzazione, l’energia più fine più profonda, per quella piccola parte di energia cioè il solo 5% dell’energia presente nell’universo, la restante parte cioè il 95% è detta dagli astrofisica energia scura: ebbene è molto più probabile che tale energia a partire dalla fisica abbia generato la vita, anche la semplice unione di aminoacidi sospesi nel brodo primordiale no? Ebbene quella energia simile pare avere una efficacia superiore alla forza della chimica come la stessa adrenalina, tanto che il defibrillatore scuote e rianima anche chi aveva deciso di morire nella morte più dolce naturale che esista: l’arresto cardiocircolatorio. Quindi la “carezza terapeutica” passa anche attraverso azioni drastiche come la rianimazione attraverso primordiali scariche elettriche? Ebbene sì e come questa carezza sociale rimette al mondo dei morti, che divengono morti viventi, cioè vivono nonostante la loro volontà, parliamo ovviamente di volontà inconscia, fosse già espressamente votata alla morte, e noi, parliamo della società, li rianima, raccoglie fratelli feriti per strada, se li carica sulla schiena, aumentando ogni giorno il carico e diminuendo come disse Fossati “non c’è più vitalità”…

La spesa sanitaria incorre in una richiesta lecita o dubbia come un defibrillatore ogni 60.000 abitanti, pensando che rianimare da arresto cardiaco, patologia sottostimata ma in realtà più frequente dell’infarto stesso, per riportare in vita soggetti che avevano deciso di spegnersi, è giusto? Quale potatura stiamo effettuando in questo caso, o meglio, la cura come sviluppo di una dinamica intima di rapporto tra medico e paziente attraverso la terapia, come è contestualizzabile? Ma certo, diviene una carezza sociale subdola perché ha perso i connotati di essere diretta, vicina, peculiare e propositiva alla guarigione. La cura in questo caso miracolistica, come la defibrillazione, quale cambiamento comporta nel percorso del defibrillato? Quale significato? Riportato in vita dal mondo fuori, dagli altri, dalla società senza chiedere aiuto, chiuso nel suo dramma o aperto al suo passaggio? Quindi gli aspetti della terapia in senso lato aprono una seri di interrogativi, di come quale approccio terapeutico sia più sano e coerente alla richiesta del paziente, anche quando questo ci dimostra chiaramente di voler morire nel più semplice dei modi, diviene allora accanimento terapeutico? Quanti bimbi avremmo salvato con l’ingente costo di un defibrillatore da malattie risolvibili per carenza?

Sono questioni bioetiche, ma comunque portatrici di dubbi sul significato di terapia e di terapia sociale, a scapito di quel rapporto più diretto, più umano che si contrappone alla vera solitudine dell’uomo moderno celato dalla persona/maschera per presentarsi in un modello minimo di uniformità che è la persona stessa? Quindi il diritto alla cura come istanza politica istituzionale sovrasta il diritto alla salute, come azione preventiva conscia di azioni di attivismo sociale, di ripristino di dinamiche sociali curative, come lo stesso scambio di emozioni e di esperienze, quale la socialità e la fortuna evolutiva delle specie sociali è, cioè quello di scambiarsi continuamente emozioni e pareri, in maniera che la prima terapia oltre l’ascolto sia la presenza.

L’elaborazione della terapia, nata come atto di soccorso, si è spinta fino alla… sacrificale, come induzione alla reazione attraverso uno stimolo coercitivo operato dal “pharmacos”, e poi induttivo nell’estremo limite miracolistico della ri-animazione. La terapia è trasformata in “carezza sociale”, con la stessa burocratizzazione e mutualizzazione della stessa, con un diritto minimo alla cura stessa e nessun obbligo verso la propria salute e nessun diritto alla salute stessa.

Si definisce uso improprio della cura, il non fornire i mezzi per una salute globale, preventiva, ove il primo mezzo della prevenzione sia l’informazione, ovvero lo scambio di esperienze che contraddistingue una sana socialità, a scapito di una possibilità di malattia per un diritto alla cura che non può procrastinarla. Quindi anziché investire in una terapia basata sulla potatura farmacologica, sarebbe più opportuno e equo, investire parimenti sull’informazione come mezzo di conoscenza e ristabilire quel contatto sociale che rende unico e peculiare sia la soggettività del paziente e sia la individualizzazione della propria cura, non necessariamente basata sul solo atto… sacrificale ma piuttosto basata sul rispetto del paziente nel tentativo di ristabilire un rapporto di socializzazione anche attraverso il ruolo introspettivo a cui fa riferimento il medico.

David Satanassi, Medico Veterinario, diplomato in Omeopatia Classica, diplomato in Bioetica.

 

Informazioni


MEDICO VETERINARIO (BO '91) - Diplomato in Omeopatia Classica presso Società Medica di Bioterapie (RM) - Diploma Master Bioetica presso Università Pontificia Regina Apostulorum (RM) - Corsi in Medicina Biologica-Nuova Medicina presso Università Popolare (MI). - Copyright © 2011 -

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